Nella categoria Miglior documentario ai prossimi Oscar si prevede una grande sfida tra due prodotti cinematografici molto apprezzati dalla critica. Da un lato “Going Clear: Scientology e la prigione della fede sui segreti della popolare “religione” molto in voga tra i divi di Holywood e dall’altro “Amy, the girl behind the name“, il documentario sulla giovane cantante Amy Winehouse morta a soli 27 anni per abuso di alcol.

Due facce della stessa medaglia, la “popolarità” colta nella sua disperata esibizione di se stessa con le sue conseguenze e le sue molteplici contraddizioni. Se per il primo caso molti attori fanatici di Scientology come Tom Cruise e John Travolta hanno dichiarato che il documentario è un attacco alla libertà di pensiero, per il secondo caso, sono molti a sperare che alla fine vinca il documentario di Asif Kapadia che ha saputo raccontare con grande sensibilità il limite “labile” tra vita privata e pubblica di una grande artista, “divorata” dalla show business che ha “goduto” delle sue disgrazie e dei suoi eccessi solo per venerare il Dio “denaro”.

Ad insinuarsi tra i due documentari ci sarebbe The Hunting Ground che alza il velo d’ipocrisia sulla violenza dilagante e in rapida diffusione in tutte le università degli Stati Uniti, affondando il bisturi dell’analisi sulle conseguenze degli stupri perpetuati dagli studenti nei campus universitari. Molto interessante il nuovo lavoro di Oppenheimer dal titolo The Look of Silence sulle atrocità compiute dal regime indonesiano alle minoranze etniche durante gli anni ’60, che ha letteralmente sconvolto il pubblico durante la proiezione ufficiale all’ultima Mostra del cinema di Venezia. 

Tra i potenziali candidati spicca anche il lavoro di Davis Guggenheim dal titolo He named me Malala-presentato al Festival di Londra-che racconta la storia di Malala Yousafzai, la ragazza pachistana diventata simbolo del diritto allo studio per le giovani donne in tutto il mondo, premio Nobel per la pace nel 2014.